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Nelle voci del mare perdute

Acqua in me che bevo e bevo per avere sete.
Acqua del profondo dove annego.
Acqua sorgente del mare
dove i lumi danzano
con me esule. Acque
del nostro fiume
ovunque sperse nel mare.

15,00 14,25

COD: ISBN 978-88-6278-076-6 Categoria:

Descrizione

L’ala di chi arriva e l’ala di chi deve farsi riva

Il naufragio della specie che rifiuta di farsi riva e naufraga dopo ogni naufragio, dimentica della propria umanità. Sembra questa la cifra ultima del poema Nelle voci del mare perdute di Giuseppe Goffredo.

Raccontare il tempo presente: uomini, donne e bambini in fuga senza più terra e città, esseri umani inabissati dalla specie fra le rive del Mediterraneo. Il poeta pare voglia pensare, ripensare, scendere, ridiscendere nella sostanza poetica del mondo. Toccare l’idea dell’erranza e del naufragio della specie. L’acqua, culla di chi nasce, diventa il precipizio estremo di chi è lasciato nel gorgo mortale della solitudine. Non c’è acqua nel deserto per chi ha sete e non c’è approdo nelle acque di chi alza un muro invalicabile di menzogna e di empietà. Non rimane che un murmur of maternal lamentation come nell’Europa desolata di T. S. Eliot. L’illusione che qualcuno ci sia nella caduta dell’angelo ad accompagnare la sorte della specie, come una carezza che scende, il gemere immenso della Madre delle acque ai piedi del Golgota che emette la sua voce dolorosa mentre annega: “È questo il modo in cui finisce il mondo/Non già con uno schianto ma con un lamento” (T. S. Eliot).

Nello strazio la poesia che aspetta: l’ala di chi arriva e l’ala di chi deve farsi riva.